Basterà uno sguardo, Rita

 

Lezione di musica ( racconto)

Sul blog Balsamo di Carta Scritta c'è un reading di ricordi di scuola.

Ecco il mio.

Lezione di musica di Rita.

Un convento, l’istituto magistrale aveva sede in un convento e come tutti i conventi aveva il chiostro. Bello, grande, con i capitelli, il pozzo e la Presidenza. E in fondo l’aula della classe terza E. La sezione E notoriamente era la sezione dove i professori cambiavano spessissimo, anche i supplenti, che pure avevano bisogno di lavorare. A causa della vivacità di noi studenti avevano trovato un’aula apposita, per permettere al Preside o al Segretario di intervenire prontamente, quando anche Otello, il bidello grande come un armadio, non riusciva a calmare gli animi. Quella mattina attraversai di corsa il lunghissimo corridoio e mi affacciai sul chiostro ansimante, come sempre all’ultimo secondo, ma avevo ancora qualche speranza di non entrare nel “Purgatorio” l’aula dei ritardatari. La porta della sezione E era aperta, la lezione di musica non era ancora iniziata. Il mio posto era l’ultimo della prima fila. Il muro era il cuscino dove appoggiavo la testa nei momenti più noiosi delle lezioni. Non dormivo veramente, mi allontanavo dalla situazione e fantasticavo. Il freddo era così pungente che decisi di tenermi la sciarpa. Mi accomodai e controllai la presenza dei compagni. I cinque maschi erano allegri come sempre, le compagne, chiacchieravano mostrando il diario zeppo di fotografie e scritte. Si aspettava la supplente di musica, la quarta dall’inizio dell’anno. Don Martini, la settimana precedente, prima della lezione di Religione, aveva detto: “Ragazzi, ma che fate ai professori di musica che si ammalano tutti?” Non si faceva niente, nel senso più stretto della parola. Entrò una giovane donna avvolta in un cappotto marrone, alcuni libri di musica in mano fra cui il libro di testo e la borsetta a tracolla. Era piccola, minuta e quando Orsini, con i suoi due metri si alzò per l’appello sembrò più piccola ancora. “Qui ci sono dei maschi?” disse sorridendo benevolmente ”In un istituto di sole donne siete in minoranza!” Ecco, se c’era una cosa che i maschi dell’Albini non sopportavano era rimarcare la loro presenza in un istituto femminile. Relegati nella sezione A ed E erano una ventina in tutto, molto suscettibili e vendicativi e idolatrati dalle compagne. Alcuni avevano girato tutte le scuole della città, altri erano militari di una caserma, che raccoglieva atleti in odore di Olimpiadi. Orsini era uno specialista di salto in lungo e spesso non faceva i compiti perché si allenava, Leoni invece aveva messo insieme tre bocciature fra liceo e tecnico. Erano ragazzi già adulti, abituati a vivere la loro vita, con l’obbligo di prendere un diploma. Alle parole della prof osservai i loro visi che, dopo un attimo di perplessità, s’illuminarono. Vendetta. Con un gioco di sguardi si cominciò la battaglia contro la malcapitata, ignara di quello che sarebbe accaduto. La professoressa aprì il libro di musica e ci chiese di fare altrettanto. La pagina richiesta era fitta di righi e note musicali, alfabeto sconosciuto ai più della classe. Lei, visibilmente colpita dal silenzio che ne seguì, pensò di farci cantare il brano musicale. Alla sua voce lieve e intonata, si unirono altre voci profonde, da baritono, mentre ad un cenno di Orsini cominciammo a spostare in avanti i banchi, e le sedie, silenziosamente, centimetro per centimetro. Restavo muta per il mal di gola incipiente mentre i compagni snocciolavano tutto il repertorio delle canzoni più conosciute, ma evidentemente non scritte sul nostro libro. Dopo un accenno a “Dio è morto”, subito zittito dalla sempre più spaventata professoressa, iniziarono i mazzolini di fiori e quanto di più popolare poteva uscire dalle nostre gole. Anche io spingevo lentamente la sedia e il banco in avanti, finché non mi trovai incastrata fra Donatella e Luciano, che cantavano a squarciagola “Fra martino campanaro”. La cattedra, sopraelevata dalla predella appariva una zattera in mezzo al mare di banchi sempre più vicini e minacciosi. Al canto di Santa Lucia non restava alcun passaggio libero per arrivare alla porta. La professoressa spaventatissima cominciò a urlare con quanto fiato aveva in gola, ordinandoci di tornare a posto. Inutilmente. Richiamati dalle urla Il Preside e il segretario cercarono di aprire la porta bloccata dai banchi... Il segretario strillò ad Orsini di aprire la finestra, di smetterla con quella farsa. Dopo qualche strascico di risata e qualche accenno a “ Fratelli d’Italia” i banchi tornarono al loro posto. Naturalmente Donatella disse di essere stata costretta a partecipare, iscrivendosi volontariamente nella lista delle prossime vendette. Ridendo a più non posso ed evitando di guardare la malcapitata che appena possibile uscì di corsa, anche se mancava ancora mezzora alla fine della lezione, rimisi a posto il mio banco. Il Preside si sedette alla cattedra e cominciò a parlare di Catullo. Chiusi gli occhi e sognai una bella manifestazione con il biondino del Tanari. Fui punita, come tutti, una settimana senza ricreazione in cortile, solo in classe, mentre i compagni giocavano a briscola e le mie amiche si truccavano raccontando di qualche spasimante della quarta. Fino a gennaio non si presentò nessuno, poi finalmente venne un trombettista, ci portò subito in palestra dove subito i maschi ruppero un vetro giocando a basket. Io restai seduta a farmi le unghie e a spettegolare con le compagne di quelle smorfiose di quarta. Preso il diploma ho lavorato e lavoro ancora nella scuola cercando di sorridere.

Parole scritte e romanzi finiti

Lo comunico a tutti: ho scritto la parola fine alla prima stesura del mio secondo romanzo! So che è come un pulcino spennacchiato, tutto da risistemare, lisciare, pettinare, ma è terminato. La storia e i personaggi sono lì, hanno vissuto le loro avventure e mi sorridono.

Avevo questa storia da mettere sulla carta da alcuni anni e anche se sarà una storia difficile e forse lontana dal gusto moderno, mi sento orgogliosa di averlo scritto. Adesso comincia il difficie: le revisione! Ma non ho fretta.

 

Gianna Nannini Meravigliosa creatura

Duke ( racconto)

Pubblco qui il racconto  pubblicato nel Domino di Lestoriedilauraetlory

 Il mio incipit è segnato in rosso, l'incipit del mio autore seguente è segnato in verde

Duke varcò la porta e si incamminò. All’incrocio svoltò a destra per abitudine. Nemmeno gli odori lo guidavano, come il rosmarino della donna con i capelli bianchi, vicina di casa o l’intenso profumo dei fiori gialli, capocchie di spillo appuntati su rami nudi, dietro l’angolo. Da sempre faceva il percorso fino al parco accanto al padrone, l’uomo grande dalla voce brusca e le mani più forti che avesse conosciuto. Duke passò davanti alla vetrina della parrucchiera, ma non guardò il cane dal pelo lungo e folto, il muso appuntito e le orecchie tese, il suo riflesso nella vetrina. La lunga coda era tesa, i muscoli pronti allo scatto contro il pericolo sempre presente in quelle strade anguste. Trotterellava veloce con la lingua fuori, il naso umido e nero fremente di individuare nuovi odori. Fermò la sua corsa di colpo davanti al palo della luce. Risentì il proprio odore, sollevò la zampa e lasciò il segno del suo dominio. Avanzò a passo lieve, a destra vide il giardino che era verdeggiante d’estate, abbandonato e rinsecchito d’inverno. Voltò il muso per controllare. Il Nemico non c’era. Il tavolo di pietra grigia era coperto di foglie secche. Il cane avvertiva il sentore di umido e di muschio, ma non quello ferino. Ripensò all’ultima volta che era passato di lì accanto all’uomo con i capelli bianchi, e aveva abbaiato al Nemico, che disturbato nel suo continuo sonno aprì gli occhi, e, al sicuro oltre il cancello, si acciambellò dopo un breve sussulto. Aveva il pelo grigio, morbido e fitto come il maglione caldo del suo padrone, occhi gialli, grandi con due fessure nere e lunghe unghie, nascoste. Una notte si era spinto fino al giardino di Duke. Silenziosamente con il passo elastico era arrivato dal confine fra le due case. Aveva superato la rete con facilità e nonostante l’abbaiare del cane aveva osato leccare la sua acqua, allontanandosi velocemente con aria di sfida. Duke non poteva raggiungerlo, perché legato alla catena,. Si sentiva inerme di fronte allo sfregio e avrebbe desiderato azzannare e stritolare il Nemico, ma dovette solo subire. Duke continuò la sua passeggiata annusando i sassi e l’erba, poi iniziò a correre, ormai era vicino al parco. Aveva la lingua fuori e piccole nuvolette che uscivano a ricordare il freddo dell’inverno. Girò a sinistra, schivando miracolosamente un’auto, di cui riconobbe il rombo del motore. Lasciò un nuovo segno del suo passaggio sul pilone del cancello dell’entrata al Parco, non aveva altro modo per limitare l’intrusione del Nemico e dei ratti che di notte giravano nel suo territorio. Entrò nel Parco e cominciò a spaventare i piccioni ma gli sembrò un divertimento da poco, così solo. Osservò alcune persone sedute sulla panchina e si avvicinò. Il vecchio Puskin, il cacciatore, lo chiamò e gli fece due carezze fra le orecchie. Duke apprezzò, aveva bisogno di una mano amica. Lo conosceva perché il suo padrone nelle serate d’inverno si fermava con Puskin davanti al camino, a parlare di caccia, di cinghiali e di politica. Il profumo delle castagne arrostite riempiva la stanza e per il cane c’era sempre un bell’osso da rosicchiare con calma. Puskin aveva l’odore dei boschi, dei funghi, delle pallottole e dei cinghiali. Duke, seduto sulle zampe posteriori abbaiò tre volte, poi si mise in posizione di attacco e ringhiò. L’uomo dapprima fu stupito, poi impaurito cercò di allontanarlo, dicendo agli amici che i cani sono come gli uomini, soffrono. Duke ringhiò ancora, l’odore di polvere da sparo era troppo forte, troppo simile a quella che aveva annusato il giorno dell’incidente nel bosco, sul petto sanguinante del padrone. Era un indizio sufficiente per sapere chi aveva sparato, ma non poteva dirlo a nessuno, abbaiando forse. I vecchietti iniziarono a parlare della sfortuna e della storia triste della famiglia di Marta, nipote e nonno all’ospedale. Storie infelici, segnate dal destino. Il cane abbaiò ancora all’uomo avvolto nel cappotto nero, che a stento nascondeva i pantaloni mimetici. Puskin lo mandò ancora via, e visto che non servì, fu lui ad andarsene in fretta. Solo allora Duke smise il suo abbaiare disperato e si accucciò per calmarsi, triste. Alzò il muso e vide il palazzo bianco di fronte al Parco. Il suo padrone era entrato lì, con l’odore del sangue appiccicato addosso. Aveva tentato di seguirlo, inutilmente, e lui non era più tornato. Attese ancora qualche minuto, quindi riprese il cammino fino al palo del cartello “Ospedale”. Fu distratto da scoppi ossessivi, rumori violenti che laceravano il suo delicato udito, che a volte gli facevano perdere l’orizzonte. Guaì. I ragazzini riconobbero Duke, il favoloso Duke, il cane di Nicola. Smisero di scoppiettare i petardi e gli fecero festa. Il cane trotterellò fino all’entrata dell’Ospedale,rincuorato, attese che nessuno passasse ed entrò. Pasquale, il guardiano lo riconobbe. Lo chiamò e dopo due coccole lo spinse verso l’uscita. Duke varcò la porta e si incamminò.

Erminia

Ho terminato la trama dl secondo romanzo. Sono molto felice, dopo sei mesi di vuoto mi è tornata l'idea di proseguire questa storia antica, ma moderna, Lo scriverò nei prossimi mesi e spero di terminarlo presto.

 

A volte le soluzioni arrivani insperate, nascoste dentro la quotidianità, difficile da svelare.

Dal libro "Basterà uno sguardo"

...Caterina era stanca della vita in campagna che le stava stretta come i vestiti lunghi e a ruota che si cuciva. Avevano un punto vita così sottile che non la lasciavano respirare, ma era la moda. Isadora era gentile con lei. Non protestava se acquistava un rossetto o le mollette per i capelli biondi lavati con la camomilla e arricciati ogni sera. Piccola di statura, si faceva notare per le chiacchiere continue ed estenuanti e per quel che di piccante che osava inserire nei discorsi. Beniamino aveva pensato “spudorata”, appena conosciuta. Se n’era innamorato tirandola giù dalla giostra, allegra e ridente con la coda di coniglio in mano. Il vitino di vespa gli era sembrato piccolo piccolo. A terra le arrivava alla spalla. A lui piaceva così, come una piccola bambolina bionda da sedurre ogni volta. Era l’unica che non gli aveva chiesto della guerra, della prigionia, dei campi di concentramento e della camicia nera. L’unica. Gli altri parevano avvoltoi e alcuni giravano le spalle sapendo, o ignorandolo di proposito. “Repubblichino” dicevano e sputavano in terra. Lei no, ballava, chiacchierava, lavorava nei campi o cuciva abiti con la gonna a ruota, anche per le amiche. Sapeva tutto di tutti, anche più di quello che sapeva Isadora e la stupiva ogni volta. Era stata lei, una notte d’agosto a parlargli di Milano, della città, del futuro dei figli. I grilli cantavano e le rane accompagnavano il loro canto, mentre il chiacchiericcio di Caterina si perdeva nel cielo stellato. Beniamino si era lasciato convincere...

Corpo a corpo di Aglaja Viviani

Aglaia Viviani è molte cose, insegnante, editor, critica letteraria, curatrice di opere, scrittrice e ricercatrice. Tiene i corsi per Griseldascrittura ed è una persona solare, entusista. L'ho conosciuta anni fa ed è stata subito simpatia. Non sapevo che fosse anche poetessa. A Certaldo , quest'anno , mi ha regalato il suo libro di poesie  e pubblicato da Morgana Edizioni. Un'emozione continua leggere prima i ritratti di grandi donne della storia poi poesia più intime e personali.

Giuseppe Conte scrive...poi il libro prende una piega lirica, più sommessa, qua e là ironica, un corpo a corpo con la prppria vita riflessa in una metrica che ha il movimento delle onde. 

Tra tutte  amo questa.

Inventario incompleto 

Ridesti

      aggrappata     alla sedia ,

impossibile:

       sangue sì,       e segreti contenevi

         occhi ombre opinioni

                    muscoli memoria meraviglia

                         arti amicizia amore

                                     viscere volontà viaggi

ma      non  altro.

 

 

 

Sono tornata a lavorare dopo Griseldascrittura

Il ritorno è stato pungente come l'odore dell'amoniaca. Un odore forte, anche di naftalina e muffa vecchia

Ma come ho detto è la mia pagnotta, che, anche se troppo malcotta, rende possibile fare le altre cose.

Meno male che ho il ricordo di Griseldascrittura e dei bei giorni trascorsi tra persone interessanti ed eventi altrimeni  difficili da vedere. Tutto è cominciato con una festa, un monologo e una pranzo musicale concluso con i fuochi d'artificio che hanno reso il Palazzo Pretorio di Certaldo splendente e scoppiettante!.

Un vero appuntamento con la musica e la scrittura tra Apollo e Pinocchio, De Andrè e Mahjer, le filatrocche di Simonetta e i monologhi di Rosaria. Un tuffo nella gioia di scrivere nei corsi e di fare nuove conoscenze.

Carla incontrata durante gli intervalli a commentare le notizie dei quotidiani e bere un caffè, Vanna che ci ha ricordato un episodio della sua infanzia che mi ha molto colpito, Rossana che si trasforma in una economista di fama internazionale e scrive poesie in spagnolo, e Mariella ironica e misteriosa, Lucia anche lei ironica e divertente.

Infine Sandra Landi l'organizzatrice e Silvia della segreteria che hanno fatto funzionare tutto al meglio.

Una splendida esperienza, viva, allegra. Ne avevo bisogno e non lo sapevo.

Ho scoperto di poter scrivere un racconto in mezz'ora su un oggetto strano ( lo pubblicherò prossimamente). 

Ho letto, scritto e mi sono divertita. Grazie Aglaja!

Dei libri ne parlerò la prossima volta. 

 I fuochi di Certaldo 

 

 

 

 

Raccontare di scienza e mistero

Sono tornata, piena di allegria e piacere, di incontri e conoscenze, e con  gli atti di Griseldascrittura 2007/08.

C'è un racconto mio : Fiocchi di neve ballano.

Ci sono i racconti di altre corsiste e interventi di Margherita Hack, Carla Sanguineti,Emma Sangiovanni, Aglaja Viviani, Sandra Landi ( la curatrice) , Maria Poli, Alessandra Borsetti Venier ( editore della Morganaedizioni) e molti altri. Sono in ottima compagnia.

Lascio al Blog di  Alessandra Borsetti Venier le informazioni su Griseldascrittura 2008. Le mie impressioni fra qualche giorno , a freddo, come si dice.

 

L'anima letteraria

Andrò a Griseldascrittura, ho già prenotato l'albergo. Ho capito che non posso perdermi quattro giorni di incontri, momenti e chiacchiere altrimenti difficilmente assimilabili. La musica è l'argomento trainante.

Vado e porto il mio libro "Basterà uno sguardo" . Ritroverò Emma, Lina, Maria Antonietta, Aglaja e Sandra Landi. Veniamo da tutta l'Italia Puglia, Liguria, Lombardia, Emilia Romagna e Toscana. Non male!!

Intanto le vacanze continuano e durante la mia permamenza in Toscana ho proseguito il nuovo romanzo, trovando anche un poco di pace e di ispirazione.

Pace per la scomparsa del prof, pace per i dubbi che avevo sulla scrittura, pace con il mio desiderio di continuare.

 

 

L'elaborazione del lutto

L'elaborazione di un lutto, di un distacco non voluto, di un abbandono è personale, difficile e complesso.

In questo mese il pensiero è andato spesso a chi non c'è più e al vuoto lasciato. Le frasi diventano quasi banali, un già detto che a volte stupisce. Il mio lutto lo vivo sapendo che il futuro è stato tracciato anche da questo incontro, dallo scambio di idee e opinioni, da una eredità raccolta nelle sue lezioni e nei suoi seminari.

L'empatia, lui parlava di empatia, gli permetteva di avvicinarsi alle persone con attenzione e ascolto. Fatto inusuale in un mondo che corre, sempre alla ricerca del successo, del denaro e dell'egocentrismo.In tanti hanno incontrato nelle sue parole conforto e stimolo, mai scontato. Intesseva relazioni fra gruppi e persone mettendo i contatto mondi diversi che altrimenti avrebbero continuato agirare senza sapere dell'altrui esistenza.

Ora rimane il domani, da percorrere seguendo la traccia.Ciao

 

 

“Solo coloro che si tengono lontani dall’amore possono evitare la tristezza del lutto. L’importante è crescere, tramite il lutto, e rimanere vulnerabile all’amore.”

John Brantner